Che dire. Quando si fa satira su Bocchino ci si sente un po' in colpa, anche se è molto divertente. Il suo sguardo da orsacchiotto picchiato e derubato del barattolo di miele riesce a confonderci le idee. Così come di quelle delle varie donne che sono associate alla sua figura. Questa poesia satirica e leggermente pornografica è stata scritta nel periodo del distacco dei finiani dal PDL. Bocchino è sempre stato un po' così: sembra che debba esplodere, nel senso che piacerebbe maggiormente a Melissa P., ma poi rientra sempre dietro la linea gialla. Forza, Bocchino, fatti valere! S'ammoscia facilmente.
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mercoledì 6 luglio 2011
sabato 11 giugno 2011
Gli Ultimi Giorni d'Arcore, poesia.
GLI ULTIMI GIORNI D'ARCORE (novenari in rima baciata da Giuda Finiscariota)
Nel bunker d'Arcore si avverte
il rombo delle grosse berte,
che già da giorni è sottofondo
allo spettacolo più immondo
che Silvio possa concepire.
In men che non si possa dire,
puzzoni rossi e miscredenti
insieme a zingari fetenti
il Sacro Regno Millenario
che fu di Ruby e di d'Addario
han profanato con bandiere
che non son certo rossonere:
perfin sul Duomo di Milano
svendola il pio simbol Pisano.
Le facce tristi, i cuori spenti
dei caporioni là presenti
dicono più di quanto possa
questa mia lingua rozza e rossa.
Se Stracquadanio e Capezzone
leccan la mano del padrone,
(che sempre ha amato molto i cani),
è perché aspettano domani,
quando il B1 ed il B2
lanciati dalle mani sue
distruggeranno la credenza
d'un comunista di Faenza.
E per riprendere Milano
si lancerà Angelino Alfano,
il cui testone nucleare
tutti i processi può bloccare:
persino meglio di un Katyuscia
annienta il giudice bauscia.
Da Radio Londra si dichiara
che i rossi tengono Ferrara,
ma poi si scopre ch'é Giuliano:
chi lo circonda lo fa invano,
che tutti inghiotte il Leviatano.
Purtuttavia nell'ombra trama
Tremonten Julius, comandante
delle Essebossen del Levante:
tutto levò al contribuente,
ma solo se povera gente.
Aspira ad esser successore
del Fuhrer massimo d'Arcòre,
con Von Maronen e Von Koten
che sotto gli ungon le ruoten.
Ma al Berluchstag sotto le bombe
un altro grande rischio incombe:
e Von La Russen, trafelato,
il pizzo tutto bruciacchiato,
giunge e dichiara con mestizia
che è già dei rossi la Letizia.
Pietrificato, Berlusconi
non trova più quei paroloni
con cui solea galvanizzare
le masse e le escort da scopare:
solo ripete a una ministra
“Historia Vitae est Demagistra.”
Con lui rimane Frau Gelmini,
che insegna a teneri bambini
il canto detto di Ugolino:
ma traditore fu il Bocchino,
e più dell'escort può il digiuno.
Ormai non resta più nessuno:
vicino a Silvio Berluskonen
rimangon Bondi e Kapezzonen,
Emilio Feden col cianuro
e uno che ancor ce l'ha un po' duro,
ma con le pallen ammosciate
dopo Novara e Gallarate.
Così finisce la canzone
di Silvio Fuhrer Berluscone:
non si trovò più la sua salma,
ma ancora là, con triste calma,
si vede il fido Emilio a cuccia
che l'osso del suo Silvio ciuccia.
Nel bunker d'Arcore si avverte
il rombo delle grosse berte,
che già da giorni è sottofondo
allo spettacolo più immondo
che Silvio possa concepire.
In men che non si possa dire,
puzzoni rossi e miscredenti
insieme a zingari fetenti
il Sacro Regno Millenario
che fu di Ruby e di d'Addario
han profanato con bandiere
che non son certo rossonere:
perfin sul Duomo di Milano
svendola il pio simbol Pisano.
Le facce tristi, i cuori spenti
dei caporioni là presenti
dicono più di quanto possa
questa mia lingua rozza e rossa.
Se Stracquadanio e Capezzone
leccan la mano del padrone,
(che sempre ha amato molto i cani),
è perché aspettano domani,
quando il B1 ed il B2
lanciati dalle mani sue
distruggeranno la credenza
d'un comunista di Faenza.
E per riprendere Milano
si lancerà Angelino Alfano,
il cui testone nucleare
tutti i processi può bloccare:
persino meglio di un Katyuscia
annienta il giudice bauscia.
Da Radio Londra si dichiara
che i rossi tengono Ferrara,
ma poi si scopre ch'é Giuliano:
chi lo circonda lo fa invano,
che tutti inghiotte il Leviatano.
Purtuttavia nell'ombra trama
Tremonten Julius, comandante
delle Essebossen del Levante:
tutto levò al contribuente,
ma solo se povera gente.
Aspira ad esser successore
del Fuhrer massimo d'Arcòre,
con Von Maronen e Von Koten
che sotto gli ungon le ruoten.
Ma al Berluchstag sotto le bombe
un altro grande rischio incombe:
e Von La Russen, trafelato,
il pizzo tutto bruciacchiato,
giunge e dichiara con mestizia
che è già dei rossi la Letizia.
Pietrificato, Berlusconi
non trova più quei paroloni
con cui solea galvanizzare
le masse e le escort da scopare:
solo ripete a una ministra
“Historia Vitae est Demagistra.”
Con lui rimane Frau Gelmini,
che insegna a teneri bambini
il canto detto di Ugolino:
ma traditore fu il Bocchino,
e più dell'escort può il digiuno.
Ormai non resta più nessuno:
vicino a Silvio Berluskonen
rimangon Bondi e Kapezzonen,
Emilio Feden col cianuro
e uno che ancor ce l'ha un po' duro,
ma con le pallen ammosciate
dopo Novara e Gallarate.
Così finisce la canzone
di Silvio Fuhrer Berluscone:
non si trovò più la sua salma,
ma ancora là, con triste calma,
si vede il fido Emilio a cuccia
che l'osso del suo Silvio ciuccia.
S.M.
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