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venerdì 13 maggio 2011
sabato 7 maggio 2011
Il 5 Maggio, da "poesie di Sandro Bondi".
Il 5 Maggio
Ei fu. Siccome immobile,
dato il turchin confetto
stette spoglio e statico
sordo a tanto affanno
così, percossa e attonita
la minore al letto sta,
muta pensando all'ultima
ora dell'uom fecale;
né sa quando una simile
orma di pie' mortale
la sua figura immonda
a calpestar verrà.
Lui levato al predellin
vide il mio genio e tacque;
quando, con cera pànica,
cadde, risorse e piacque,
di mille voci al monitor
mista la sua non ha:
vergin di servile encomio
e di codardo oltraggio,
sorge or strenua
al sparir ch'è un miraggio;
e scioglie all'alcool una cazzata
che forse non morrà.
Da Antigua a Milano,
da Mediatrade a Macherio,
di quel mariuolo il conio
tenea dietro all'equo;
scoppiò dal Milan a Mangano,
dall'uno all'imo tribunal.
Fu vanagloria? Ai poster
l'ardua sentenza: nui
chiniam la fronte al Massimo
Coglion, che volle in lui
del creator suo spirito
più vasta orma stampar.
La porcellona e intrepida
gioia d'un gran bisogno,
l'ansia d'un cor che indocile
serve, pensando a se stesso;
e il giunge, e tiene un premio
ch'era follia sperar;
tutto ei provò: la squillo
minor del suo stesso figlio,
la fronda e la vittoria,
la reggia e il lontano esiglio;
due volte nella polvere,
vent'anni sull'altar.
Ei si nomò: due repubbliche,
l'un contro l'altra armata,
sommesse a lui si volsero,
come aspettando il fato;
ei fe' silenzio, e regio
s'assise in mezzo a lor.
E rimane, e i dì nell'ozio
chiuse in sì romana reggia,
segno d'immensa invidia
e di pietà profonda,
d'inestinguibil odio
e d'indomato amor.
Come sul capo al reo
l'Assise s'incontra e pesa,
l'Assise su cui del misero,
pur cosciente e attesa,
scorrea la vista a scernere
reato remoto invan;
tal su quell'uomo il cumulo
delle memorie difensive scese.
Oh quante volte ai servi
narrar se stesso imprese,
e sull'infime donne
cadde la stanca man!
Oh quante volte, al tacito
morir d'un giorno inerte
riposti i tacchi alti,
le braccia ai sen conserte,
stette, e dei dì che fu
imprenditor il sovvenir!
E ripensò le simulate
azioni, e i polverosi lotti,
e la lampo delle modelle,
e il Mangano ai cavalli,
el giuridiziario imperio
e il celere coprir.
Ahi! forse a tanto strazio
non cadde lo spirto anelo,
e non disperò; ma valida
venne una man dal Parlamento,
e in più spirabil aule
pietosa il trasportò;
e l'avvïò, pei floridi
sentier della contumacia,
ai bittèr, al premio
che i desideri avanza,
dov'è vergogna e tenebre
la lìbido che passò.
bella immoral! bella fica
a Fede e ai soldi avvezza!
parla anche di questo, allegrati;
ché più superba bassezza
al disonor di Patria
giammai non si chinò.
Tu dalle stanche gambe
sperdi ogn'onorevole voglia:
La Carta che unisce e onora,
che t'affanna e mi consola,
accanto al water, anche lui posò.
(non è l'ex ministro!)
domenica 20 marzo 2011
giovedì 17 marzo 2011
mercoledì 9 marzo 2011
Miserere, una ode alla tristezza Bondiana
Da Poesie di S.Bondi (non è il vero S. Bondi!)una poesia commovente che si adatta perfettamente a questi giorni di crisi per il Ministro Sandro Bondi, vittima di un vero e proprio "schiaffo" per via del congelamento di ulteriori 27 milioni dal Fus (Fondo Unico per lo Spettacolo).
.
sabato 5 marzo 2011
A Umberto Bossi, poesia
Il Peggio presenta una delle poesie pubblicate sulla pagina Poesie di Sandro Bondi (non è il ministro Bondi!!!)
venerdì 4 marzo 2011
Smutandata Preghiera, poesia (omaggio a De André)
Poesie di Sandro Bondi (non è il ministro Sandro Bondi!!!) ci offre un omaggio a De André, così come Aristarco nei giorni scorsi. Se desiderate leggere altre poesie alla Bondiana maniera, cliccate QUI per collegarvi alla sua pagina facebook.
domenica 27 febbraio 2011
Alle odierne dichiarazioni di Berlusconi, Poesia (da Poesie di Sandro B.)
Poesie di Sandro B. e Il Peggio vi presentano l'ultimo lavoro in ragione delle ultime dichiarazioni del Premier al congresso dei Cristiano Riformisti (Cristiano Riformisti???). Per accedere alla pagine delle poesie di Sandro B_ndi clicca qui[asp]
giovedì 24 febbraio 2011
Peggio Poesie, Al Gheddafi
Il Peggio, in collaborazione con Poesie di S.B. vi presenta una poesia bondiana e una fotografia tratta da un video che Minzolini non manderà mai in onda, a differenza di quanto ha fatto con Romano Prodi. [asp]
martedì 22 febbraio 2011
A Mubarak, poesia

Poesie di Sandro B. vi presenta dei versi su Mubarak. Giorni in cui troppe rivoluzioni si accavallano, ma Il Peggio pensa a tutti voi, amici Mediterranei! Cliccate QUI per altre poesie BONDIANE. Attenzione, l'autore NON E' Sandro Bondi!
giovedì 17 febbraio 2011
All' Amato Io Me
Quattro.
Pesanti come un colpo.
"a Silvio quel che è di Silvio, a noi tutto il resto".
Ma uno
come me
dove potrà ficcarsi?
Dove mi si è buttato un ministero?
S'io fossi
cattivo
come il PD,
tribolerei sul filo di una finta rivolta democratica,
atterrando lieve su mari deserti.
Dove trovare un laido
come me?
Null'altro che Segretario potrei diventare!
Oh, s'io fossi bello!
Come una puttana!
Che cos'è il sesso per l'Uomo?
Un ladro insaziabile che si annida in esso.
All'orda imberbe della mia perversione
non basta una sottomissione che non sia morale.
S'io fossi calvo
lucido!
come una biglia!
Raserei a zero stomaco e capelli!
O riporterei all'ordine
ciuffi radi
in riga, come soldatini
e il mio fascino
sarebbe pane per la sua Persona:
sarei la più bella tra le sue puttane.
Oh, s'io fossi oratore
come Bossi,
gemerei,
traduttore simultaneo di feccie popolari.
Se alzerò il mio pugno
incerto,
avrò contadini e signorotti nelle mie mani,
gettati nella mischia come cani arrugginiti.
Con la mia voce suadente
radunerei le folle
se fossi abbronzato
come Obama!
Che bisogno ho io di amare
e amarmi
se la Luce s'è fatta carne?
Passerò,
trascinando il mio enorme culo.
In quale notte
delirante,
malaticcia,
da quali Ideali fui travolto
così piccolo
e così inutile?
Taurina
Pesanti come un colpo.
"a Silvio quel che è di Silvio, a noi tutto il resto".
Ma uno
come me
dove potrà ficcarsi?
Dove mi si è buttato un ministero?
S'io fossi
cattivo
come il PD,
tribolerei sul filo di una finta rivolta democratica,
atterrando lieve su mari deserti.
Dove trovare un laido
come me?
Null'altro che Segretario potrei diventare!
Oh, s'io fossi bello!
Come una puttana!
Che cos'è il sesso per l'Uomo?
Un ladro insaziabile che si annida in esso.
All'orda imberbe della mia perversione
non basta una sottomissione che non sia morale.
S'io fossi calvo
lucido!
come una biglia!
Raserei a zero stomaco e capelli!
O riporterei all'ordine
ciuffi radi
in riga, come soldatini
e il mio fascino
sarebbe pane per la sua Persona:
sarei la più bella tra le sue puttane.
Oh, s'io fossi oratore
come Bossi,
gemerei,
traduttore simultaneo di feccie popolari.
Se alzerò il mio pugno
incerto,
avrò contadini e signorotti nelle mie mani,
gettati nella mischia come cani arrugginiti.
Con la mia voce suadente
radunerei le folle
se fossi abbronzato
come Obama!
Che bisogno ho io di amare
e amarmi
se la Luce s'è fatta carne?
Passerò,
trascinando il mio enorme culo.
In quale notte
delirante,
malaticcia,
da quali Ideali fui travolto
così piccolo
e così inutile?
Taurina
domenica 13 febbraio 2011
giovedì 10 febbraio 2011
A Silvio
Silvio, rimembri ancora
Quel tempo di tua vita imprenditoriale,
quando brillantina splendea
nei capelli tuoi radi e fuggitivi,
e tu, brillante sornione, alle sirene
della finanza sfuggivi?
Sonavan la padana
Arcore, e i paeselli dintorno,
ai tuoi denari canto,
allor che alle televisive opere intento
sedevi, assai contento
di quelle lire che in mente avevi.
Erano i ’70 fumosi: e tu solevi
Così menare il giorno.
Io i codici leggiardi
Talor lasciando e le sudate sentenze,
ove il tempo mio primo e secondo e terzo
e di me si spendea la miglior parte,
d’in su i balconi del trentino ostello
porgea gli occhi al suon delle tue cazzate,
e alle stronzate che percorrean la tua diplomazia.
Mirava il ciel sereno,
le vecchierelle e gl’immigrati,
e quindi la stazione da lungi, e quindi il monte.
Divinità australe non dice
Quel’ch’io sentiva in petto.
Che pensieri sozzi,
che ignobili realtà, che destini, o Silvio mio!
Quale allora ti apparia
L’italica penisola e il ricatto!
Quando sovviemmi di cotale realtà,
una tristezza mi preme,
acerba e sconsolata,
e tornami a doler di mia sventura.
O Bettino, o Bettino
Perché non ti prendi ora
Quel che ci lasciasti allor? Perché di tanto
Offendi i fratelli tuoi?
Tu pria che Hammamed inaridisse il volto,
da malcelato morbo combattuto e vinto
perivi, Ali Baba. E non vedevi
la tragedia degli anni miei;
non ti molcevan il core
le dolci tangenti dei tuoi vassalli,
gli sguardi mafiosi e schivi;
né teco i compagni tuoi ai dì ordinari
ragionavan di soldi.
Anche perìa fra poco
La speranza mia dolce: agli anni miei
Negata fraternità e decenza. Ahi come,
come passato sei, vil compagno
dell’età mia passata, mio ignobile
fardello!
Questa è dunque quell’Italia? Questi i padri,
Gli scranni, i pubblici uffici, le grandi opere, i straordinari
Eventi dove a me ragionar non è concesso?
Questa del bovin popolo la triste sorte?
All’apparir del magistrato
Tu, misero, fuggisti: e con la mano
L’impunità perenne e un lodo
Mostravi di lontano.
Taurina
Quel tempo di tua vita imprenditoriale,
quando brillantina splendea
nei capelli tuoi radi e fuggitivi,
e tu, brillante sornione, alle sirene
della finanza sfuggivi?
Sonavan la padana
Arcore, e i paeselli dintorno,
ai tuoi denari canto,
allor che alle televisive opere intento
sedevi, assai contento
di quelle lire che in mente avevi.
Erano i ’70 fumosi: e tu solevi
Così menare il giorno.
Io i codici leggiardi
Talor lasciando e le sudate sentenze,
ove il tempo mio primo e secondo e terzo
e di me si spendea la miglior parte,
d’in su i balconi del trentino ostello
porgea gli occhi al suon delle tue cazzate,
e alle stronzate che percorrean la tua diplomazia.
Mirava il ciel sereno,
le vecchierelle e gl’immigrati,
e quindi la stazione da lungi, e quindi il monte.
Divinità australe non dice
Quel’ch’io sentiva in petto.
Che pensieri sozzi,
che ignobili realtà, che destini, o Silvio mio!
Quale allora ti apparia
L’italica penisola e il ricatto!
Quando sovviemmi di cotale realtà,
una tristezza mi preme,
acerba e sconsolata,
e tornami a doler di mia sventura.
O Bettino, o Bettino
Perché non ti prendi ora
Quel che ci lasciasti allor? Perché di tanto
Offendi i fratelli tuoi?
Tu pria che Hammamed inaridisse il volto,
da malcelato morbo combattuto e vinto
perivi, Ali Baba. E non vedevi
la tragedia degli anni miei;
non ti molcevan il core
le dolci tangenti dei tuoi vassalli,
gli sguardi mafiosi e schivi;
né teco i compagni tuoi ai dì ordinari
ragionavan di soldi.
Anche perìa fra poco
La speranza mia dolce: agli anni miei
Negata fraternità e decenza. Ahi come,
come passato sei, vil compagno
dell’età mia passata, mio ignobile
fardello!
Questa è dunque quell’Italia? Questi i padri,
Gli scranni, i pubblici uffici, le grandi opere, i straordinari
Eventi dove a me ragionar non è concesso?
Questa del bovin popolo la triste sorte?
All’apparir del magistrato
Tu, misero, fuggisti: e con la mano
L’impunità perenne e un lodo
Mostravi di lontano.
Taurina
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